GIUSTIZIA & LAVORO

Spunti di riflessione tra "Il Manifesto" e Di Pietro

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Utente: Granatoro
Nome: C.C. SAR
Sono profondamente contro qualsiasi tipo di ingiustizie, e vicino a chi si spacca in quattro per ottenere ciò che a qualcuno viene regalato. Non mi piacciono gli intellettualoidi, sono decisamente più operaista. Spesso, dovunque, fuori posto.

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venerdì, 10 luglio 2009

PORCI, CONIGLI E PIUME D’OCA

DI PIETRO:

"Sulla vicenda della cena giudici/imputato ci siamo appellati anche al capo dello Stato, e lui se l'è presa con me perché mi sono permesso di chiedergli se il comportamento di quei due giudici sia accettabile. Il presidente Giorgio Napolitano ha risposto "ma io non posso interferire sull'autonomia e l'indipendenza della Corte costituzionale". Attenzione! Sull'autonomia e l'indipendenza della Consulta hanno già interferito quei due signori compromettendone l'indipendenza, quindi, al capo dello Stato spetterebbe il compito di ripristinare la credibilità e sacralità della Corte! Ecco perché insistiamo dicendo che non si può stare a guardare, non ci si può comportare come Ponzio Pilato. Bisogna che la Corte costituzionale decida secondo scienza e coscienza, e non secondo rapporti personali pregressi, e attuali, tra un imputato e i suoi giudici.
 

L’incuria e la superficialità con cui i due giudici hanno liquidato la cenetta di maggio, unite alla loro ostinazione nel non volersi astenere dalla votazione del 6 ottobre, denotano la malafede che li muove.
La lettera aperta del giudice Mazzella al corruttore senza sosta denota un atteggiamento di riverenza, mista a servilismo, che giunge come un campanello d’allarme sull'effettiva indipendenza dei membri della Consulta.
Ricordo a Mazzella quanto gli studenti di giurisprudenza apprendono nei primi mesi di studio: mentre i giudici ordinari, in casi simili al suo, devono astenersi e possono essere ricusati, tali provvedimenti non sono stati previsti per la Corte Costituzionale, per il semplice fatto che, fino allo scorso maggio, era inimmaginabile che un giudice della Corte, rivendicando la sua amicizia personale con un imputato interessato alle decisioni della Consulta, lo invitasse a casa sua alla vigilia di un giudizio che lo coinvolge, addirittura insieme al ministro della Giustizia, che quella legge "ad personam" aveva promosso ed ordito.

Mi domando quali furibondi attacchi, poi, si sarebbero scatenati da ogni parte se il sottoscritto avesse snobbato, cosi come ha fatto il governo, l'invito del Capo dello Stato a rivedere una legge porcata.

Il Capo dello Stato ha chiesto al ministro della Giustizia, Alfano, di rivedere il disegno di legge sulle intercettazioni prima che approdi al Senato. Alfano ha fatto subito sapere che sì, il ddl è modificabile, ma che "l’esecutivo va dritto per la sua strada, aprendo solo a qualche ritocco", vale a dire che vorrebbero fare solo modifiche di facciata. In sostanza hanno mandato a “spigolare” il Presidente della Repubblica che, pur di evitare “strappi istituzionali”, ha preferito convocare l’esecutivo prima di rifiutare la firma di una legge fatta su misura per delinquere in libertà.

Signor Presidente, lei sta usando una piuma d’oca per difendere la Costituzione dall’assalto di un manipolo piuttosto numeroso di golpisti. Oramai non è più possibile evitare lo scontro con un governo che ha agito esclusivamente nell’interesse di pochi, spesso di una sola persona, a colpi di fiducia, di cene carbonare, di vili attacchi verbali, negando la realtà, la crisi del Paese, insultando la dignità dei cittadini ed usando la menzogna come strumento sistematico di propaganda.

Affidarsi al buon senso della maggioranza accettando solo modifiche al ddl sulle intercettazioni non basta, bisogna ritirarlo. In una legge, dove il 90% del testo è da rifare, non si può parlare di ritocchi. E visto che chi ha fatto questa legge ha bisogno di quel 90% lo scontro è inevitabile".

E dal Quirinale si era appena avuta un’altra complice alzata di spalle di fronte al Cavaliere, quando Berlusconi ha ordinato ai sudditi l'ottimismo per superare la crisi, come nella canzone di Dario Fo “Ho visto un re”: «Perché noi allegri dobbiam restare/ ché il nostro piangere fa male al re/ fa male al ricco e al cardinale/ diventan tristi se noi piangiam».
I poveracci a cui i potenti hanno tolto il poco che avevano sarebbero dunque costretti a essere ottimisti sulle capacità demiurgiche del Re. Ridi dunque, o taci, stai al gioco o sei un disfattista.

Dal canto suo il capo dello stato, con gran tempismo, ha rivolto un appello al cessate il fuoco: «Capisco le ragioni dell'informazione e della politica, ma il mio augurio e il mio auspicio in questo momento sono di una tregua nelle polemiche». Dal Quirinale hanno sì spiegato che il presidente si riferiva alla (peraltro comprensibile) necessità di offrire un'immagine di coesione nazionale sui temi di politica internazionale, all'ordine del giorno in tempi di G8. Ma, ugualmente, il suo accorato richiamo, che ha entusiasmato gli esponenti del centrodestra, è suonato un tantino inopportuno. Perché caduto subito dopo il diktat berlusconiano a giornali e organismi internazionali («devono chiudere la bocca»), sul quale è inevitabilmente andato a sovrapporsi.

 

Nota personale. A me sinceramente l’idea di Patria non mi fa mandar giù qualsiasi cosa,  oltretutto per far piacere a uno che da anni insulta e disprezza almeno la metà dei suoi connazionali impedendo lui stesso la coesione del Paese; a volte l’unità passa per forza da una rottura. Che non sia sempre quella dei poveri cristi e dei loro attributi.

 

postato da: Granatoro alle ore luglio 10, 2009 00:17 | link | commenti
categorie: giustizia, manifesto, costituzione, berlusconi, di pietro

(IN)FAME

DI PIETRO:

Voglio tornare sulla questione del lodo Alfano e della cena a casa del giudice Mazzella dove furono presenti l'imputato, e plurinquisito, Silvio Berlusconi, il ministro della Giustizia Alfano, due giudici della Corte costituzionale e un altro plurinquisito, l'onorevole Vizzini, tra l'altro presidente di commissione parlamentare Affari Costituzionali del Senato.
Allora, vediamo di capire: noi dell'Italia dei Valori abbiamo sollevato un problema, vale a dire l'incompatibilità di questi due giudici della Corte costituzionale, Mazzella e Napolitano, a partecipare all'udienza del 6 ottobre 2009, dove si deciderà se il lodo Alfano sia costituzionale o incostituzionale. Loro dicono che vogliono andare a cena con chi gli pare e piace, che hanno un rapporto di frequentazione e di amicizia con Berlusconi, che hanno fatto insieme tante cose. E a questo ci crediamo, tanto è vero che Mazzella è stato ministro del governo Berlusconi, mentre Napolitano è stato all'ufficio di Gabinetto del presidente della Camera Fini. Questi due signori rivendicano questo voler essere di parte, che hanno amicizie specifiche col presidente del Consiglio, diretto interessato, guarda il caso, al lodo Alfano. Mazzella ha risposto picche, ha scritto all’amico piduista Silvio Berlusconi, e tra una protesta e un’indignazione ha fatto sapere che non si asterrà il 6 ottobre. E il giudice Napolitano? Anche lui non si schioda, e anche lui ha dichiarato che non si asterrà il 6 ottobre, lamentando un “attacco furibondo”.

Cosa dicono queste due persone?

Dicono, e se la prendono con noi, accusandoci di essere dei destabilizzatori, che loro possono fare quel che hanno fatto perché quel giorno non giudicheranno l'imputato Berlusconi, ma giudicheranno la costituzionalità di una legge e quindi, come tale, c'è la totale spersonalizzazione.

Non abbiamo scritto "Giocondo" in fronte!
Napolitano e Mazzella non sono due giudici della Corte costituzionale ignoranti, vogliono semplicemente considerare noi ignoranti!
Il lodo Alfano non è una legge fatta per la generalità degli italiani.
E' una legge porcata che il presidente del Consiglio si è fatto fare dal ministro della sua Giustizia, Alfano, e se l'è fatta fare per non farsi processare.
Quindi la Consulta il 6 ottobre stabilirà se è corretto il principio che "non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge" e che uno, che è anche presidente del Consiglio, anche se ha ammazzato la moglie, se ha stuprato una bambina, o se ha spacciato droga, non può essere processato fin quando detiene tale ruolo. Decidere se tutto questo è costituzionale o meno non vuol dire semplicemente valutare una legge, ma in gioco c'è il destino del governo Berlusconi. Stiamo bene attenti! Berlusconi è accusato di corruzione di un testimone che si chiama Mills. Questo testimone, cioè il corrotto, è già stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo. E nelle motivazioni della sentenza si legge “corrotto da Silvio Berlusconi”. Quindi, se non avesse fatto il presidente del Consiglio, anche Silvio Berlusconi sarebbe stato condannato a quattro anni. Non è stato possibile processarlo perché si è fatto fare il lodo Alfano.
Allora il 6 ottobre è una data estremamente importante per la decisione che si andrà a prendere. Perché se si decide che la legge è costituzionale, allora vuol dire che Berlusconi non può più essere processato. Se invece il lodo è incostituzionale, il 7 ottobre ricomincia il suo processo e sapremo se  anche lui si merita quattro anni e mezzo di pena.

Allora, non nascondiamo la testa sotto la sabbia. Non pensino, Mazzella e Napolitano, che noi siamo tutti ignoranti. Prendere quella decisione su quella legge, il 6 ottobre, vuol dire decidere le sorti del governo, le sorti di Berlusconi, le sorti del nostro Paese.
Proprio ora, che questi due giudici hanno confessato definendosi amici intimi di Berlusconi, chiediamo ad entrambi di dimettersi e continuare a coltivare tutta l'amicizia che hanno con Berlusconi, oppure di astenersi quel giorno dal dover giudicare. Chiediamo anche al presidente della Corte costituzionale, Amirante, di non fare il “pesce in barile”, ma di assumersi la responsabilità di dire a quelle due persone che quel giorno vadano a pesca, piuttosto che presentarsi per decidere sul lodo Alfano. Il Presidente Amirante, nonostante un centinaio di costituzionalisti si sia pronunciato contro il lodo Alfano, nonostante i quindici della Consulta siano in estremo imbarazzo per il comportamento di due colleghi, nonostante quella cena fosse tutto fuorché di piacere, come testimonia la bozza di riforma costituzionale, apparsa appena due giorni dopo quella cena, negli uffici del Senato, nonostante tutto questo, non interviene per salvaguardare l’autonomia dell’istituzione che rappresenta.
La corte costituzionale è il principale organo di garanzia del sistema. Deve essere - e mostrare di essere - assolutamente autonoma e indipendente. Di mestiere, la corte si contrappone al legislatore, quando valuta la conformità a Costituzione di una legge. Se la legge è recente, si contrappone anche alla maggioranza politica del momento. Da qui la necessità che nessuna contiguità ci sia o appaia tra i giudici e chi ha poteri formali o sostanziali nella formazione della legge. Anzitutto, i titolari - come il presidente del consiglio o un ministro - dell'iniziativa legislativa del governo. Ovvero i presidenti di commissione, che sono il braccio armato della maggioranza. Ancor più quando si discute di temi che direttamente toccano i potenti. Né vale l'argomento che tra giudici e politici il contatto è inevitabile. Altro è se il giudice incontra il politico in una occasione istituzionale, nulla gli può essere imputato, ad esempio, se incontra il presidente del consiglio a un ricevimento del Quirinale.
Diversamente, nel caso di una cena a casa del giudice. L'argomento «a casa mia invito chi voglio» diventa decisivo.

«Caro Silvio, ho sempre intrattenuto con te - esordisce Mazzella in una lettera pubblica - rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto». Il resto della missiva si premura di far capire al premier che non sono stati il giudice o i suoi «domestici« ad aver raccontato dell'incontro. Mazzella infatti allude a trame dell'Ovra (la polizia segreta fascista) e a «spioni» che imbastiscono «frottole per ignari lettori». E insiste legandosi a doppio filo al Cavaliere: «A parte il fatto che quella non era la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l'ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali (...) l'amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco».

Auguriamoci che sia sufficientemente distaccato almeno il 6 ottobre. A qualche chilometro di distanza dalla Corte.

postato da: Granatoro alle ore luglio 10, 2009 00:10 | link | commenti
categorie: giustizia, costituzione, berlusconi, di pietro
giovedì, 09 luglio 2009

GLANDE UOMO

L'hanno picchiata a sangue nonostante fosse una donna sola e loro con le teste rasate erano invece in dieci. L'hanno colpita con calci e pugni pur vedendola raggomitolata su se stessa, uno della banda ha anche preso una bottiglia dai bidoni della spazzatura e l'ha fracassata sulla faccia della vittima. La ragazza, 26 anni, originaria di Villa Literno, rischia di perdere un occhio perché ha difeso un ragazzo gay, a piazza Bellini, nel cuore della Napoli solidale e accogliente.
Ma da un po' di tempo questa stessa piazza, ritrovo per centinaia di universitari, centro pulsante di una sinistra extraparlamentare, che con la libreria delle donne, il caffè arabo, il ristorante vegetariano ha sempre rappresentato la parte di città non violenta, è diventata un campo di battaglia. A fronteggiarsi i Mastiffs, ultrà del Napoli e autori insieme ai Niss (Niente incontri solo scontri) anche della guerriglia urbana scoppiata contro la discarica di Pianura nel gennaio del 2008, che sono una storica presenza nell'area, contro un gruppo emergente di giovani della sanità. Qualcuno su di giri per l'alcol e la coca ha iniziato a dare fastidio a un ragazzo gay; è domenica notte, ma la piazza è ancora piena di gente, i giovanotti si sentono forti in branco, puntano un ragazzo e partono con delle battutine sul suo modo di vestire, sulla sua salopette, sul marsupio che porta in vita, poi le provocazioni si fanno sempre più pesanti, e arrivano anche gli scappellotti. M.M. vede la scena da lontano, si trova con degli amici e si avvicina per chiedere di smettere, ma il branco la spinge, la butta giù e la picchia finché non vede il sangue che le copre il viso e macchia il marciapiede. Nessuno interviene, non un solo uomo, o ragazzo che difenda la giovane. Paura e indifferenza. E tanto schifo.

postato da: Granatoro alle ore luglio 09, 2009 00:15 | link | commenti
categorie: manifesto, razzismo, delinquenza

TUTTI I COLORI DEL FASCIO

Allarmi son fascisti. Camicia grigia (ma doveva essere color kaki), cinturone, spallaccio, cravatta, anfibi e guanti neri, pantaloni grigi con banda nera, e basco grigio con lo stemma della Guardia Nazionale Italiana (Gni-onlus): l'aquila imperiale romana. Al braccio altra fascia nera con il simbolo del Partito Nazionalista italiano: lo schwarze sonne, sole nero o svastica a dodici braccia che adorna il pavimento del castello di Wewlsburg, quartier generale delle Ss. Sono le ronde nere. Sono state presentate al convegno dell'Msi-Destra italiana che si è svolto vicino a via Larga a Milano. Complimenti al ministro Maroni, questo è il risultato del decreto sicurezza. A quando l'olio di ricino?
E' esatta la previsione di una cattiva partitizzazione della sicurezza. E' un colpo al cuore ai principi di ogni democrazia liberale. A Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Idv, le ronde nere ricordano le «Sa di Ernst Rohm da cui nacquero le Ss».
La Guardia Nazionale Italiana costituisce il braccio paramilitare, per ora armato solo di torce e telefonino, del Partito nazionale italiano, una formazione politica nata al convegno come emanazione dell'Msi con l'ambizione di presentarsi alle elezioni nel nord Italia per contrapporsi ai padani della Lega. Gli appartenenti alla Guardia (dicono di essere 2100) sarebbero per il 30% ex agenti delle forze dell'ordine. La nuova formazione politica del Pni che promuove e finanzia le «ronde nere» ha come programma: pena di morte per usurai, profittatori e politicanti, lotta contro il parlamentarismo corruttore, forte potere centrale dello stato, camere sindacali e professionali, diritti di cittadinanza e accesso alle cariche pubbliche solo per chi ha sangue italiano, stop all'immigrazione e espulsione di tutti gli immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977, divieto di pubblicazione dei giornali che contrastano con l'interesse della comunità. L'Msi e il Pni appoggeranno sempre Berlusconi. «Gli immigrati sono l' ultimo problema, il pericolo sono i secessionisti della Lega. E' questa gente che dovrà fare i conti con la nostra Guardia. Che la Lega stia attenta a dove va».
Grigi contro verdi e tutti contro i negri, ora sì che ci sentiamo più sicuri! Viva Maroni, chi la fa l’aspetti.

postato da: Granatoro alle ore luglio 09, 2009 00:08 | link | commenti
categorie: manifesto, destra, fascismo, militarismo
martedì, 07 luglio 2009

ORDINE VECCHIO

Non molto tempo fa, nel corso di una cerimonia pubblica, il ministro dell'interno aveva esaltato l'efficienza della repressione poliziesca sottolineando, con la consueta finezza leghista, anche la felice coincidenza di cognomi appropriati alla fase: «maroni» per gli attributi macisti del titolare del dicastero e «manganelli» per l'armamentario operativo del capo della polizia. Mancava però un valido sostegno normativo per riaprire anche il fronte della repressione giudiziaria e così, per coordinare con più efficacia il tutto, con il nuovo pacchetto sicurezza è stato reintrodotto anche il reato di oltraggio a un pubblico ufficiale, già previsto dall'art. 341 codice penale e abrogato dal Parlamento con la legge n. 205 del 1999: una abrogazione dettata dal principio di uguaglianza costituzionale al fine di non discriminare chi ingiuriava un pubblico ufficiale (imponendogli una pena più grave) da chi ingiuriava una persona qualsiasi.
Non c'è dubbio che l'aria è cambiata notevolmente, e in peggio, e che le forze dell'ordine si arrogano poteri abnormi, a volte con il supporto di normative usate per fini che esulano da quelli per i quali erano state pensate e a volte senza nessuna base legale. Esempi non mancano. Basta pensare (senza parlare della bestiale repressione del G8 di Genova) alla disinvoltura con la quale sono state dichiarate «di interesse militare» tutte le aree destinate alle discariche di rifiuti o interessate da movimenti popolari di resistenza alle tante «no Tav» o «Dal Molin», o perfino alla blindatura dei campi di raccolta dei terremotati abruzzesi: un escamotage per una repressione svincolata da ogni controllo.
Ormai le forze dell'ordine possono vietare qualsiasi comportamento o dimostrazione di dissenso verso il governo e il suo capo al di fuori di qualsiasi motivazione legale.

L'ennesimo «pacchetto» sulla sicurezza è legge. Gli ingredienti sono quelli di sempre: nuovi reati, inasprimenti di pena (ovviamente solo per alcuni, come i graffitari destinatari di un trattamento per certi aspetti più grave di quello riservato a corrotti e corruttori), accentramento e gerarchizzazione degli uffici giudiziari (con attribuzione al Tribunale di sorveglianza di Roma del controllo sulla applicazione dell'art. 41 bis) e via elencando sulla strada della costruzione di un «codice dei briganti» contrapposto a quello dei «galantuomini».
Ma questa volta c'è di più. C'è da un lato, l'istituzione delle «ronde» (senza neppure le cautele minime di limitazioni e controlli tesi a impedire la costituzione di associazioni gerarchizzate composte da persone condannate per reati di violenza o per il compimento di atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi) e dall'altro una ulteriore escalation della normativa contro i migranti.
Un decennio di proibizionismo non ha impedito né limitato l'immigrazione. Semplicemente - come era ovvio - ha aumentato a dismisura le situazioni di irregolarità. Il «braccio armato» per fronteggiare (o fingere di fronteggiare) tale situazione è stato, all'inizio, il meccanismo delle espulsioni rafforzato dal trattenimento di una quota di irregolari nei Cpt. Ma anche questo non è bastato, non poteva bastare. Così viene ora messo in campo l'armamentario del diritto penale: non contro il migrante che delinque ma contro il migrante in quanto tale. Con l'introduzione del reato di «immigrazione irregolare», infatti, è il migrante che diventa reato.
Inutile minimizzare con il rilievo che il reato prevede come sanzione la sola ammenda, quasi si trattasse di un semplice proclama. La nuova fattispecie è, infatti, il tassello centrale di un mosaico inquietante. In particolare: a) il reato si aggiunge alla detenzione amministrativa nei Cpt (modificati solo nel nome), confermata e dilatata nel tempo fino a un massimo di sei mesi; b) l'esistenza del reato vale a legittimare la cosiddetta aggravante della irregolarità, introdotta con la legge n. 125/2008, in forza della quale ove un reato sia commesso da uno straniero privo di titolo di soggiorno la pena è aumentata di un terzo (con conseguente significativo aumento del carcere per la sola condizione di "irregolarità"); c) la criminalizzazione dello status di irregolare porta con sé conseguenze gravissime per la vita del migrante privo di titolo di soggiorno, tra cui la assoluta impossibilità di sanare la propria posizione anche in caso di sopravvenienza delle condizioni che astrattamente lo consentirebbero, la sostanziale preclusione all'accesso in concreto ad alcuni servizi pubblici essenziali (anche in tema di sanità) dato l'obbligo di denuncia gravante sul pubblico ufficiale che tali servizi deve rendere, l'impossibilità di contrarre matrimonio e, addirittura, di riconoscere i figli essendo richiesta, per il compimento di tali atti, l'esibizione all'ufficio dello stato civile del titolo di soggiorno.
Dunque, non solo reato di immigrazione clandestina ma sistema teso a realizzare una condizione permanente di inferiorità del migrante irregolare, considerato ad ogni effetto «un delinquente». La inferiorizzazione del migrante comporta una grave torsione del sistema democratico e delle regole della convivenza; la modernità ha come segno caratterizzante, nel diritto, l'uguaglianza dei cittadini mentre la nuova condizione giuridica dello straniero ci riporta a situazioni premoderne caratterizzate da un doppio livello di cittadinanza.

Categorico don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele: «Non sicurezza, crudeltà. Non c'è altra parola per definire le nuove misure sull'immigrazione», un «accanimento contro chi fugge dalla miseria, dalla discriminazione, dall'oppressione, dalle guerre»; secondo Alex Zanotelli “criminale non è l'emigrazione, criminali sono le strutture economiche che costringono le persone ad emigrare”.
Il presidente delle Acli, Andrea Olivero, critica «le misure restrittive e punitive» che vanno «ad agire nella sfera dei diritti fondamentali e della dignità umana. Il governo - aggiunge - dovrà assumersi la responsabilità per aver favorito un clima pericoloso di paura e di sospetto che alimenterà la clandestinità anziché combatterla, renderà gli immigrati irregolari ancora più invisibili, soprattutto sui posti di lavoro, provocherà forti limitazioni nell'esercizio dei diritti fondamentali, complicando la vita degli stessi immigrati regolarmente residenti».

Nota personale. Forse anche l'italiano medio ora si sentirà più in diritto di, e in dovere, insomma più autorizzato ad essere poco solidale nella migliore delle ipotesi, se non spietatamente cattivo con gli immigrati. A parte che è inaccettabile punire (ma anche premiare) una persona non per quello che fa ma per quello che è, anche a livello pratico questi abominii giuridici poco faranno per arginare nei Paesi d’origine la marea dei disperati che hanno sempre troppo poco da perdere.

Allora che faremo, gli spareremo a vista come suggeriva un fenomeno della Marca ?

Così forse ci accorgeremo che anche in quel caso per gli immigrati varrà la pena provare il viaggio in Italia, chè essere finiti a fucilate sarà considerato meglio che essere squartati a colpi di machete.

postato da: Granatoro alle ore luglio 07, 2009 23:59 | link | commenti
categorie: manifesto, immigrazione, razzismo, polizia
sabato, 04 luglio 2009

(ST)ANNO(A)ZERO

Li vedi in televisione e capisci subito che sono lì a fare gli avvocati del diavolo, di quelli per i quali se uno gode del consenso popolare (e non stiamo a guardare come lo ottiene) allora non è processabile proprio da nessuno, indipendentemente da quello che possa aver combinato.

Tanto meno si può essere giudicati dalle famigerate toghe rosse. I giudici dovrebbero forse farsi asportare quella parte di cervello che presiede alle “pulsioni politiche”, e solo dopo dovrebbero permettersi di lavorare. Sì, perché per gli avvocati del diavolo è impossibile che un giudice, un professionista svolga onestamente e imparzialmente il proprio mestiere senza farsi influenzare dalle proprie preferenze di voto. Del resto gli avvocati del diavolo parlano essenzialmente di se stessi: sanno bene come si fanno le nomine alla Rai, e come si decidono le carriere nei posti pubblici, dove la tanto sbandierata meritocrazia soccombe davanti al servilismo più ottuso; gli avvocati del diavolo, insomma, non concepiscono che si possa far trionfare la verità a discapito delle proprie convenienze politiche.

E che faccia che hanno quando tentano di screditare il Grillo di turno attaccandolo per il sostanzioso conto in banca, come se fosse normale invece che il loro cliente, uno degli uomini più ricchi del mondo, prenda per il culo da anni tutti gli italiani spacciandosi per uno di loro, per il presidente operaio !

Sono anche un po’  macchiette questi avvocati, come l’azzeccagarbugli “Mavalà”; prodotto in laboratorio incrociando Massimo Moratti con Piero Fassino, al rientro in studio da un servizio in cui veniva bollato appunto come “avvocato Mavalà” chiude il proprio intervento di replica proprio con un “mavalà” che suscita l’ilarità dello studio intero… E’ talmente programmato a smentire e screditare che non è riuscito a controllarsi nemmeno per un paio di minuti.

Allo stesso modo l’ingegner Ciumbia della Giustizia, col suo accento padano ostentato, forse enfatizzato come segno distintivo di cui andar fieri, quando ne dice una giusta e si becca l’applauso, subito dopo per strafare parte con un’esagerazione da bar e anche qui giù risate…

Truci o inconsapevolmente comici, mi vien da rimpiangere i “romani ladroni” della Prima Repubblica. O sperare in una Terza.

postato da: Granatoro alle ore luglio 04, 2009 22:40 | link | commenti
categorie:

ABUSO DI VIGN(ETT)A

Il Corriere della Sera ha bocciato una vignetta di Vauro su decisione del direttore Ferruccio De Bortoli. Al centro del caso c'è Silvio Berlusconi e la vicenda legata alle feste a Villa Certosa. La vignetta è intitolata «Berlusconi non ha scheletri nell'armadio»: ritrae uno scheletro disperato perché sfrattato dall'armadio da un nugolo di ragazze. A Vauro è stato detto che la decisione di non pubblicare la vignetta è stata presa direttamente dalla direzione del giornale «per ragioni di opportunità». Ma si trattava soltanto di una semplice vignetta riguardante Berlusconi.
Lo stile è quello di sempre, crudo, senza fronzoli e senza riverenze, anzi sembra molto più tenera di altre sue vignette. La verità è che qualcuno comincia ad avere fifa. Grave sarebbe se questo fosse un segnale che il più grande e prestigioso quotidiano nazionale teme le minacce del presidente del consiglio, specialmente quelle riguardanti la distribuzione delle quote pubblicitarie che vorrebbe ridotte o addirittura azzerate per i giornali non suoi amici o non suoi tout court. Sarebbe impensabile in un paese democraticamente avanzato.

postato da: Granatoro alle ore luglio 04, 2009 12:26 | link | commenti
categorie: manifesto, informazione, berlusconi

del-IRAN-ti

Il ministro per i Beni e le Attività culturali ha invocato la chiusura di un quotidiano, La Repubblica, che a differenza di tanti altri (soprattutto quelli di proprietà del premier) racconta la verità sul bugiardo capo di Bondi. Un ministro che vuole chiudere un giornale perché dice la verità non tacendo le malefatte dei governanti la dice lunga sullo stato della nostra democrazia e, appunto, dei nostri governanti. E il “conflittuale” di interessi in persona subito dopo ha chiesto nel corso di un convegno ai suoi colleghi imprenditori di punire il gruppo L’Espresso, reo di criticarlo semplicemente raccontandolo per quello che è e che fa, chiudendo il rubinetto dell’investimento pubblicitario. Così il caimano in un colpo solo ammazza la democrazia e la concorrenza. Non per niente dice, dopo aver appena preso un 35% scarso di voti alle ultime elezioni, di godere del 61% dei consensi, probabilmente ispirandosi al recente e sanguinolento 62% di AhmadiNejad.



postato da: Granatoro alle ore luglio 04, 2009 12:23 | link | commenti
categorie: informazione, berlusconi
giovedì, 02 luglio 2009

L'INFIMA CENA

Cosa ci facevano a cena insieme un corruttore improcessabile, il suo scagnozzo al Ministero della Giustizia nonché firmatario del Lodo Alfano, un indagato per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra e presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, il fedele sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e due componenti della Corte Costituzionale, che il 6 ottobre saranno chiamati a pronunciarsi sulla costituzionalità della legge 128 del 2008, più nota come Lodo Alfano?
Solo lo scemo del villaggio potrebbe escludere che abbiano parlato del “problemaccio” incostituzionalità. Specie se il “problemaccio”, qualora dovesse verificarsi, equivarrebbe al rientro in scena di Silvio Berlusconi nel processo a David Mills con finale scontato di condanna per corruzione.
I giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella hanno il dovere di non presentarsi all’udienza del 6 ottobre e di dimettersi dalla Consulta. Lo devono, non tanto agli italiani, verso cui mancano di rispetto con le ridicole spiegazioni su quei commensali così ben assortiti, ma ai loro colleghi per non compromettere la credibilità dell’istituzione che loro rappresentano.

Da Wikipedia

Luigi Mazzella: dal 14 novembre 2002 al 2 dicembre 2004 è stato Ministro della funzione pubblica nel Governo Berlusconi II. Eletto giudice della Corte Costituzionale dal Parlamento il 15 giugno 2005.

Paolo Maria Napolitano: chiamato come componente del gabinetto del Vice Presidente del Consiglio dei ministri Gianfranco Fini all'inizio del I Governo Berlusconi, conseguì la nomina a Consigliere di Stato nel 2003. Proseguì il rapporto con il Vice Presidente Fini, seguendolo alla Farnesina dove ricoprì la carica di capo dell'ufficio legislativo.

postato da: Granatoro alle ore luglio 02, 2009 00:12 | link | commenti
categorie: giustizia, costituzione, berlusconi, proposta, di pietro
mercoledì, 01 luglio 2009

IRRISPETTOSI DEL LAVORATORE

È stato arrestato per corruzione. Alfonso Filosa, direttore provinciale dell'ispettorato del lavoro di Piacenza e Mantova, preallertava le aziende dei controlli in esecuzione in materia di sicurezza sul lavoro. In cambio riceveva illecitamente grosse somme di denaro. Bastava una telefonata e all'arrivo dei carabinieri la ditta sembrava perfettamente in regola. Poi una bustarella nella mano giusta, e il gioco era fatto. Con buona pace per la sicurezza.
Qualche giorno fa i carabinieri hanno colto il direttore in flagranza di reato, mentre intascava la parcella per una verifica già eseguita. Nel 2008 sono morti 112 lavoratori, uno solo in meno rispetto al 2007. Sono quasi raddoppiati nelle provincie di Ferrara, Rimini, Ravenna e, guarda un po', Piacenza; dove sono passati da 5 a 11. Con un quadro così, i controlli andrebbero intensificati, anziché aggirati.
Non soltanto a Piacenza ci sono i corrotti: un analogo caso è accaduto a gennaio in provincia di Bari, dove sedici persone erano state arrestate per un giro di mazzette. In quel caso, ad essere corrotti erano gli ispettori, che ammorbidivano i controlli o eliminavano le sanzioni.
Un ispettore del lavoro, che chiede di restare anonimo, spiega: «Dopo lo scandalo di Bari, c'è stato un giro di vite nei controlli su di noi in tutt'Italia. Tutti i nostri dirigenti sono stati incaricati di monitorare il nostro lavoro in maniera più rigida. Solo che loro, i direttori, non li controlla nessuno». Quando ad essere corrotto è il dirigente la cosa si fa più semplice: è sufficiente per lui trattenere le pratiche che dovrebbe smistare ai suoi ispettori, e gestirle personalmente. «Da quando se n'è andato Bersani si sente la differenza. La prima cosa che ha fatto Sacconi è stato togliere norme fondamentali per il nostro lavoro. Ora, quando andiamo nelle ditte, ci guardano male, come se fossimo lì senza alcun diritto. Sembra che ognuno ritenga normale poter fare quello che gli pare». La sicurezza sul lavoro è una sfida difficile. Ancor più se i dirigenti dell'ispettorato sono corrotti.

postato da: Granatoro alle ore luglio 01, 2009 23:53 | link | commenti
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